Parthenope. Era già tutto previsto

Pubblicato il 18 maggio 2026 alle ore 12:00

di Lorenzo Morosino

Parthenope è come un miracolo: un mistero o una truffa.

Nata fra le onde, proprio come l’omonima sirena del mondo greco, cresce fra gli anni ’50 e ’70 in una Napoli che cambia, circondata da incontri che rappresentano le tante facce di una città affascinante e fuggevole. Napoli, infatti, è come una gemella che esercita un’attrazione selvaggia sulla protagonista, pari a quella che Parthenope stessa ha su chi fa da costellazione al suo percorso.

Questo richiamo magnetico inganna truffatori e attira maestri, a cui Sorrentino guarda con grazia e malinconia tramite immagini forti e sognanti: Parthenope è una pellicola di sigarette spente al buio di notti d’estate, maioliche mediterranee e soffi di luce che penetrano da finestre socchiuse, figure che nascondono in realtà un abisso di infelicità e amarezza. 

Partendo dal racconto di formazione più tipico, Sorrentino spicca il volo creando un immaginario in bilico fra poesia e miseria in una ricerca del mistero della vita, troppo difficile da indagare ma troppo affascinante per non esserne assetati. Sono tanti infatti gli ambiti in cui la ragazza prova a trovare una soluzione; dall’amore, che si rivela deludente, alla famiglia, colpita da un grave lutto, fino alla scienza, alla poesia e alla religione. Questa ricerca ha risposta solo in un finale perturbante in cui il professor Marotta, maestro (anche spirituale) di Parthenope, porta la ragazza al fine ultimo della sua esistenza, quel «vedere» che sembra per il regista autore unico di verità.

I barocchi virtuosismi estetici, tipicamente sorrentiniani, non faticano a trovare una giustificazione nella sceneggiatura, che raggiunge picchi altissimi: dalla stratificazione di Parthenope, mercuriale e imprevedibile, al senso di meraviglia delle scene a Napoli, fino all’onnipresente malinconia da cui emerge un Sorrentino consapevole e quasi commosso. A evidenziare quest’idea la scelta musicale, che naviga nel passato italiano con Paoli e Cocciante, di cui basta una nota per richiamare ricordi, ingenuità e amori giovanili. Tutto ciò, come sempre più spesso accade nel cinema di Sorrentino, richiede un certo coinvolgimento emotivo dallo spettatore, cui è assegnato il compito di lasciarsi investire dal repertorio esistenziale dei personaggi, che, nel bene o nel male, non lo lascerà freddo.

Parthenope, nella già citata sorellanza con le contraddizioni di Napoli, scopre l’ingombrante paradosso che le accomuna: entrambe rimangono presuntuosamente lontane dall’amore vero ma si lasciano sedurre dall’oscuro e dal mondano, dalla superstizione e dal profano. Napoli e Parthenope, con il loro fascino eterno, si avvinghiano a noi spettatori facendoci cadere nella tentazione di non voler più lasciare i personaggi e ponendoci nella condizione di indagare bellezze e misteri di un passato che forse, come si dice nel film, è durato troppo poco.

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