di Lorenzo Morosino.
La vita si frattura. Apre le crepe. Ci guardi dentro e c’è solo il passato. Ma la crepa si apre sempre di più.
Due sorelle, una attrice teatrale, l’altra ricercatrice storica, si ritrovano con il loro padre, regista un tempo affermato ma ora a riposo in occasione della morte della madre. Gustav, questo il suo nome, non si fa vedere da anni, ma è tornato per proporre a Nora, la figlia maggiore, di recitare nel suo primo film dopo quindici anni, che dovrebbe essere girato nella casa fino a poco tempo prima abitata dalla sua ex moglie. L’edificio, che possiede una larga crepa che parte dalla cantina, si fa teatro dell’analisi del difficile vissuto famigliare dei Borg: Nora rifiuterà la parte e Gustav proverà ad affidarla alla famosa attrice americana Rachel Kemp, riscoprendo segreti domestici fin lì nascosti o coperti.
Il cinema usato come perdono, riscatto o tentativo di ricucitura familiare fra padre e figlia si rivela un mezzo insufficiente.
Questo perché il sottile confine fra la vita e l'arte, visto, in Sentimental Value, sempre dall'esterno, brucia entrambi i poli a cui si appiglia, senza creare momenti metacinematografici bensì dipingendo un quadro di relazioni sfumate e sempre toccate con delicatezza invidiabile.
L'intenzione della regia di serpeggiare come un intruso nei corridoi della casa in stile coloniale che fa da teatro di tutte le vicende è resa chiara fin da subito, con il primo intervento della voce narrante: il tempo trascorso dalla sua famiglia in quella casa era solo un istante del suo lungo crollo al rallentatore.
Il suddetto crollo è collettivo.
Se dalla parte di Nora (Renate Reinsve) si fronteggia l'abbandono e l'assenza del padre, dalla parte di Gustav (Stellan Skarsgard) è centrale, anche se sempre sfiorato, il trauma del suicidio della madre.
Nel mentre, i tempi si appiattiscono e le vecchie generazioni si affacciano lentamente sull'horror vacui del ventunesimo secolo, ovvero la necessità di riempire tutti gli spazi (a livello tecnologico, produttivo, culturale e sociale) e scolorirne i risvolti: Netflix non vuole mandare al cinema il film di Gustav, la casa viene restaurata per farla diventare uno spazio espositivo di arredamenti Ikea, e nel frattempo la crepa nei sotterranei si apre sempre di più. La climax cui assistiamo nel film è esclusivamente emotiva, e cresce senza scuotere il ritmo del film ma lasciando che ce ne accorgiamo lentamente.
La densità espositiva è in linea di continuità con il precedente film di Trier, The worst person in the world, tanto da sembrarne quasi complementare, come se Sentimental Value fosse la sua naturale evoluzione che deve scontrarsi con il mondo adulto e l'invadente tema della genitorialità. I caratteri dei due film sono infatti uguali e contrari sotto molti punti di vista: da una parte, Worst person è brioso, giovanile e incerto, mentre questo appare decisamente più monolitico, di una staticità che ricorda il Woody Allen drammatico (Settembre e Un'altra donna, di cui qua si riprende il forte ruolo dell'economia domestica) e il Bergman di Sussurri e Grida e Sinfonia d'Autunno, ma l'eredità dei due maestri rimane un'ispirazione e non una derivazione.
Il rapporto fra Gustav e la Rachel Kemp di Elle Fanning sembra invece uscito da Otto e Mezzo di Fellini e mostra tutta l'inadeguatezza dell'America nel contesto e nell'evoluzione di trama del film. Esemplare, in quest'ottica, la scena sulla spiaggia, con la Fanning di una bellezza distraente e la carrozza guidata dai cavalli che sfreccia sulle sabbie violacee di Deauville.
Il personaggio di Skarsgard rimane il centro narrativo del film, attorno cui ruota tutto il contrasto fra la possibilità di interagire e l'impossibilità di comunicare, portato avanti dai frequenti pianti collettivi e dalla gamma di microespressioni che le attrici offrono a una regia estremamente attenta, movimentata ma sempre sotto controllo.
Ad aiutarla, la fotografia tipicamente nordica da manuale di Kasper Tuxen, luminosissima, leggermente sgranata e in grado di immergere le scene in bagni di colore che rendono benissimo la luce del sole estivo norvegese.
Nell'atto finale, si ha la definitiva conferma: i traumi e le barriere famigliari si trasmettono di generazione in generazione, fino alla fusione (anche fisica, come ci dice la scena in cui le facce di Nora e Gustav si sovrappongono) dei personaggi, che è anche fusione del loro vissuto e delle loro situazioni.
Come già detto, percorrere la via dell'arte per ristabilire i rapporti nel microcosmo domestico non basta, perché la risoluzione avviene con il perdono umano e il superamento dei propri fantasmi e traumi. Solo allora si potrà tornare a vivere con tutte le persone e le cose che per noi rappresentano dei valori affettivi.
LORENZO MOROSINO
Crea il tuo sito web con Webador